Pantone 2026:più bianco non si può – perché tutta la comunicazione è politica

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By Angela
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di Angela Fiore

Dobbiamo davvero parlare del colore dell’anno 2026 di Pantone? Sì. O meglio, non è che “dobbiamo”, è una mia decisione, me ne prendo la responsabilità. Sarà una cosa lunga. Pantone, ovvero una delle aziende più innocue nella storia della cultura del beige, che finora era riuscita a passare inosservata in un’epoca di grandi prese di posizione su questioni fondamentali, ha inaspettatamente fatto storcere il naso a più di qualcuno facendo esattamente quello che ha fatto negli ultimi due anni: una scelta noiosa e priva di immaginazione. La massima autorità in materia colore ha scelto, per il 2026, “Cloud Dancer“, una tonalità di bianco freddo che le immagini ufficiali incarnano e moltissimi siti rilanciano, attraverso foto non particolarmente originali, che mostrano tessuti e, ovviamente, nuvole. Commentatori, creatori di contenuto e interior designer in tutto il mondo hanno sbattuto i pugni sul tavolo, poi hanno ribaltato il tavolo e hanno mandato a quel paese Pantone, muovendo una discreta varietà di accuse, alcune anche piuttosto valide.

Ho appena definito la scelta dell’azienda “priva di immaginazione”, ma vale la pena di specificare che l’immaginazione non gioca alcun ruolo nella determinazione del colore dell’anno di Pantone, ed è giusto così. L’azienda stessa dichiara che “il processo di selezione del Colore dell’Anno Pantone richiede un’attenta considerazione e un’analisi delle tendenze. Per arrivare alla selezione ogni anno, gli esperti di colore di Pantone presso il Pantone Color Institute™ setacciano il mondo alla ricerca di nuove influenze cromatiche. Queste possono includere l’industria dell’intrattenimento e i film in produzione, le collezioni d’arte itineranti e i nuovi artisti, la moda, tutte le aree del design, le destinazioni di viaggio popolari, così come i nuovi stili di vita, di gioco e le condizioni socio-economiche. Le influenze possono anche derivare da nuove tecnologie, materiali, texture ed effetti che influenzano il colore, piattaforme di social media rilevanti e persino imminenti eventi sportivi che catturano l’attenzione mondiale”. Questa dichiarazione è stata pubblicata sul sito web del brand nel 2022 e continua dicendo che, da oltre due decenni, “il Colore dell’Anno di Pantone influenza lo sviluppo dei prodotti e le decisioni di acquisto in molteplici industrie, tra cui moda, arredamento e design industriale, così come il packaging dei prodotti e il graphic design.”

Cloud Dancer, la prima tonalità di bianco mai scelta da Pantone come colore dell’anno, è stata apparentemente selezionata in quanto simbolo di “calma”, “tranquillità” e “riflessione”, riuscendo però a scatenare l’esatto opposto: furia, disappunto e un rifiuto totale da parte delle comunità del design in tutto il mondo. C’è anche da dire che i tempi che viviamo sono tutt’altro che “neutri”. Molti critici hanno visto la scelta di Cloud Dancer come insensibile nel migliore dei casi, esplicitamente conservatrice nel peggiore.

Disclaimer: in questo pezzo citerò creatori, designer e commentatori che hanno condiviso posizioni specifiche su questo tema. Sono consapevole che non sono né gli unici che si sono impegnati nella discussione in merito né gli unici ad aver condiviso le specifiche opinioni che sto loro attribuendo. Sono, tuttavia, quelli il cui ragionamento mi ha colpito di più. E sono anche particolarmente presenti nella mia bolla, mentre potrebbero non esserlo nella vostra. Userò questa opportunità per dare visibilità a creatori più piccoli e microimprenditori dei quali ho apprezzato particolarmente le riflessioni. E sì, ho la mia opinione in merito e no, non è particolarmente originale, ma l’originalità è finita con Hegel, quindi, se fossi in voi comincerei ad abbassare le aspettative. Ok? Ok. Partiamo.

Il dibattito sul dog-whistle e il suprematismo bianco

1. Cloud Dancer, colore dell’anno 2026 di Pantone, è un dog whistle per suprematisti bianchi

Tre interpretazioni si sono cristallizzate attorno a questa controversia, tutte estremamente negative.

L’accusa più diffusa e più pesante è quella che vede Cloud come un deliberato dog whistle per il suprematismo bianco, al punto che qualcuno online lo ha chiamato perfino “Klan-Robe White” (il riferimento è alle tuniche con il cappuccio a punta tipiche del Ku Klux Klan). Caratteristica fondamentale del dog whistle è, ovviamente, la possibilità di negare una certa interpretazione e, quindi, lanciare il proprio messaggio solo al gruppo che si intende raggiungere. Le accuse seguono la stessa linea di ragionamento di quelle dirette alla campagna di American Eagle con i “good jeans” (gioco di parole che si fonda sull’omofonia fra “good jeans”, ovvero “bei jeans” e “good genes” ovvero “buona genetica”, suggerendo un concetto di superiorità di un certo tipo fisico o di una certa etnia) di Sidney Sweeney. Va detto, però, che American Eagle si è espressa in modo molto meno sottile, mentre Pantone non ha direttamente collegato la tonalità di bianco scelta al concetto di “pelle bianca” intesa come etnia caucasica-europea. Al contrario: la presidente di Pantone Sky Kelly, che è nera, è uscita allo scoperto per difendere la decisione del brand, assicurando al pubblico che l’azienda non cerca guidare le conversazioni sul valore del colore, ma si limita a facilitarle. Per chi ha familiarità con il Terzo Segreto di Satira, è impossibile non pensare al D’Alemiano, colui che, in presenza di scheletri nell’armadio, non lo apre, ma lo indica. Pantone è D’Alemiano. E potremmo chiudere qui, ma le riflessioni sono ancora tante e soprattutto questa parte la dovrò togliere dal blog in inglese, perché richiederebbe altre tre pagine di spiegazioni.

Una vasta folla di utenti dei social media, creatori, designer e commentatori, tuttavia, non ci sta. In un momento in cui il suprematismo bianco appare in tutte le sue varianti, quotidianamente, sui media, nella politica e nei telegiornali di gran parte di quello che tradizionalmente è considerato “l’Occidente” (intendendo con questo termine principalmente gli Stati Uniti e l’Europa), con un numero crescente di figure politiche che non hanno più remore a esprimere concetti un tempo considerati tabù e si fanno vanto di opinioni razziste, la scelta di Pantone può davvero essere considerata non politica? Molti sostengono di no (tra le persone che ho sentito esprimere opinioni valide su questo argomento ci sono la commentatrice social Brenna Pérez e l’imprenditrice nel settore della gioielleria Kaelen Van Cura, ma anche la rivista Glamour ha dovuto quantomeno riconoscere l’esistenza del dibattito). E mentre può essere vero che Pantone non crea la conversazione sulla rilevanza sociale del colore, è vero pure che il momento in cui viene annunciato il colore dell’anno di Pantone è anche l’unico momento in cui l’intero discorso sul potere sociale e politico del colore e sul suo uso intenzionale esce dal circoletto dei designer politicizzati e dei commentatori politici orientati al design e arriva al resto del mondo.

È oggettivamente impossibile credere che un team di creativi, comunicatori, marketer, ricercatori, ma pure un branco droidi corporativi semi-senzienti e solo parzialmente alfabetizzati possa aver lanciato come “colore dell’anno” una tonalità di bianco che sembra un petto di pollo bollito e scondito e non abbiano pensato, neppure per un momento, che questa scelta potesse essere quantomeno “controversa”. Questa tesi sostiene che, dopo anni in cui le aziende che si sono affannate a sembrare inclusive, aperte, liberali e a spostarsi quanto più possibile a sinistra, che mancava poco rinunciassero ai mezzi di produzione, la maggior parte dei brand abbia ora realizzato che c’è da guadagnare cavalcando l’onda conservatrice. In altre parole, il mercato ha dichiarato che fascisti, teoconservatori, etnonazionalisti, suprematisti bianchi e trad-wives sono una nicchia più redditizia da sfruttare rispetto alla sinistra anticapitalista, non-bianca e queer. La conversazione su questa particolare teoria comprende; commentatori che sostengono sia pretestuoso leggere tutto questo nella scelta del colore dell’anno, che il ragionamento dietro non è poi così profondo, creatori di contenuti che dicono che invece è una cosa profondissima e Pantone che dice che è una cosa profondissima, ma non in quel senso.

2. Pantone non è attivamente razzista, sta solo prendendo atto di quanto sia razzista la nostra società

Seconda opzione: Pantone è un barometro capitalista, non un soggetto di opinioni politiche. Le multinazionali, secondo questa teoria, non creano lo zeitgeist, lo misurano, lo impacchettano e poi ce lo rivendono, che è, più o meno, quello che Kelly ha detto (con un’unghia in più di classe). Se il suprematismo bianco cresce nella coscienza culturale, Pantone ne prende atto e va dove c’è da guadagnare. Non in modo ideologico, ma in modo completamente amorale.

Tuttavia, registrare le tendenze non è ciò per cui il brand Pantone è o aspira ad essere famoso. Dovrebbe essere, in teoria, un’azienda che il gusto lo guida. Non dovrebbe acquisire dati sui colori che sono stati usati di più in una serie di industrie e rigurgitarli sotto forma di codice RGB utilizzabile. Questo è quello che ci si aspetta da un ufficio di statistica o una ricerca universitaria, non da un’azienda che del colore e dei suoi usi nel design ha fatto una ragion d’essere.

E a questo punto possiamo chiederci: Pantone conta ancora qualcosa? Il creatore di contenuti colombiano Esteban Gómez, che si occupa quasi esclusivamente di design, fa un’ottima osservazione a questo riguardo e dice di no. I colori dell’anno per il 2024 e il 2025 erano rispettivamente mocha mousse (un ricco marrone che ricorda il colore del cioccolato al latte) e peach fuzz (esattamente quello che ci si aspetta da un colore chiamato “peluria di pesca”) eppure: avete visto per caso qualche uso significativo di questi colori negli ultimi due anni? Assolutamente no, perché Pantone ha smesso di essere effettivamente rilevante da molti anni, ma collettivamente abbiamo deciso di fare finta che non sia così, perché abbiamo bisogno di contenuti. Con il suo caratteristico tono impassibile, Gómez sostiene che, in un momento in cui il mondo va a fuoco, Pantone ha scelto il colore della resa, un colore che non fa dichiarazioni, che non mette a disagio nessuno (dipende) e che rafforza una tendenza verso il minimalismo per la quale già da anni, il giovane creator condivide con altri appassionati di design un forte senso di frustrazione.

3. Recessione? Nì.

Terze teoria: alcuni commentatori hanno collegato il bianco (scusate, “Cloud Dancer”) all’estetica della recessione. Il bianco dovrebbe essere un sintomo di austerità. Secondo questa linea di ragionamento, se Pantone ha veramente “registrato” uno spostamento verso il bianco (o verso “i bianchi”), ciò potrebbe essere perché capi e oggetti tenderebbero a essere prodotti in bianco o, comunque, in palette più neutre, minimaliste per risparmiare su pigmenti e processi di colorazione – scelta sensata in tempi di ristrettezze. La “mancanza di colore”, quindi, sarebbe un “indicatore di recessione“. La tintura cola via dalle tasche bucate.

Eppure, come moltissimi hanno sottolineato, questo non è assolutamente il caso. Se guardiamo ai precedenti periodi di recessione, dalla Grande Depressione all’Europa dell’immediato dopoguerra, il bianco non è decisamente il primo colore che salta all’occhio, per una serie di ragioni.

Prima di tutto, il bianco non è un colore naturale né per i tessuti né per gli altri materiali utilizzati per costruire oggetti di uso quotidiano. Al contrario, è una tintura. I vestiti devono essere tinti di bianco, mobili, elettrodomestici, edifici e suppellettili devono essere dipinti di bianco. Se si elimina il passaggio della tintura, quello che resta non è il bianco, ma una palette di grigi, marroni, alcuni verdi scuri o gialli desaturati e poco altro. Inoltre, i tessuti bianchi devono essere mantenuti puliti, trattati con cura e lavati spesso, poiché si macchiano con grande facilità e le macchie si notano immediatamente. Durante una recessione, qualsiasi cosa richieda molta manutenzione è poco pratica e scarsamente conveniente e si preferiscono vestiti e oggetti che possono essere usati più a lungo senza apparire sporchi. In tempi di vera recessione economica, le persone sono anche molto meno esigenti. Comprano vestiti di seconda mano, aggiustano mobili ed elettrodomestici o acquistano la versione usata più economica disponibile di qualsiasi cosa. Semmai, il risultato è un’estetica non coordinata, dall’aspetto non intenzionale, che può a malapena essere chiamata estetica. Non certo il minimalismo color crema.

Tuttavia, l’imprenditrice della cosmetica Charlotte Palermino collega il bianco alla recessione in un altro senso, che personalmente trovo più plausibile in questo contesto. Nello specifico, menziona come, durante una recessione, moltissime persone, specialmente negli Stati Uniti, tendano a tornare a valori che sono considerati più “tradizionali“. Un tale insieme di valori tende a identificare il bianco come simbolo di “purezza“, di luce, di tutto ciò che è “giusto”. Pulito vs sporco, casto vs promiscuo, comprensibile vs oscuro, rassicurante vs inquietante, ma anche destra vs sinistra. Il bianco è una metà della dicotomia per eccellenza e rappresenta il lato da cui un certo tipo di persona (di elettore) tende a sentirsi più al sicuro quando il cambiamento fa paura.

Sono d’accordo con questa specifica interpretazione della decisione di Pantone? Sì e no.

Lasciatemi aggiungere un po’ di contesto storico alla questione: dobbiamo parlare dell’ossessione del minimalismo per il bianco e di come derivi direttamente dal colonialismo e dal razzismo, non dalla recessione.

Le radici fasciste del minimalismo: Adolf Loos e la cancellazione culturale

Adolf Loos, un architetto austriaco, non ha esattamente inventato il minimalismo, ma ha certamente fornito una base filosofica a certe idee che già circolavano negli Stati Uniti e in Europa all’inizio del XX secolo. Nel suo saggio del 1908 “Parole nel vuoto” (il cui titolo originale è “Ornament und Verbrechen“, letteralmente “Ornamento e crimine“, a riprova del fatto che gli italiani traducevano male i titoli ben prima di “Se mi lasci ti cancello”), Loos equipara la decorazione ornamentale a quelli che identifica come stadi inferiori dello sviluppo culturale e arriva a collegare gli stili altamente decorativi con la degenerazione e il comportamento criminale. Ancora oggi, che abbiamo o meno una predilezione per il minimalismo, siamo più propensi a descrivere la decorazione d’interni o l’abbigliamento che usa un design semplice e palette neutre come “elegante” e a chiamare  “kitsch” le decorazioni estremamente intricate o le combinazioni di colori altamente saturi.

Per saperne di più su come e perché questa percezione è un’eredità colonialista, potete senza dubbio attingere a fonti più autorevoli di me. Personalmente, ho particolarmente apprezzato come la decoratrice d’interni Kemide Lawson, fondatrice del brand The Cornrow, l’ha descritto sul suo account Instagram Cottage Noir.

In generale, il minimalismo predilige le estetiche standardizzate, prive di decorazioni, che definisce come sofisticate, mentre sminuisce l’espressione culturale attraverso l’ornamento come esempio di cattivo gusto. Sebbene ciò non significhi, ovviamente, che chiunque apprezzi un ambiente minimalista, per qualsiasi ragione, sia razzista, è comunque vero che questa estetica ha creato una relazione parassitica e mutuamente vantaggiosa con il colonialismo e il capitalismo. Da un lato, appiattisce le estetiche diverse e le spinge alla sottomissione, tracciando una linea chiara tra ricco e povero, potente e impotente, di buon gusto e di cattivo gusto, fra coloro che prendono le decisioni e coloro per cui le decisioni vengono prese.

Dall’altro, se lo applichiamo, per esempio, alla decorazione d’interni, aiuta a cancellare ogni traccia di passaggio umano da uno spazio. Immaginiamo un appartamento in affitto. È, a tutti gli effetti, un cubo bianco o una combinazione di cubi bianchi con pavimenti presumibilmente di colore neutro, porte, infissi delle finestre, piastrelle della cucina o del bagno in toni altrettanto neutri. Il proprietario ha interesse a massimizzare i ricavi dall’affitto riducendo al minimo il costo della manutenzione. Ora, in questo scenario, l’inquilino ideale è quello che porta con sé mobili da montare, economici e leggeri, che non appende nulla alle pareti, che non si sogna nemmeno di ridipingere qualcosa o fare qualsiasi cambiamento importante, il che renderebbe la ristrutturazione più costosa per il proprietario, al momento di far entrare il successivo inquilino. L’intenzione dietro il minimalismo è la cancellazione di ogni oggetto culturale, senza lasciare alcuna indicazione di eredità o appartenenza, poiché la vita umana non è il focus principale di ciò che accade in uno spazio, ma un sottoprodotto accidentale e francamente fastidioso della funzione primaria di quello spazio, che è generare profitto. Potrebbe non essere una coincidenza che Cloud Dancer sia stato anche sprezzantemente soprannominato “Landlord special”, che potremmo tradurre non letteralmente come “Bianco locatore”.

Ricordo la prima persona con cui ho parlato che mi ha confessato un profondo amore per il minimalismo. Si trattava di una persona sopravvissuta per un pelo al devastante terremoto de l’Aquila del 2009. All’epoca, mi raccontava, di aver perso tutto ciò che possedeva, ogni oggetto amato, e aveva dovuto lasciare prima la città e poi il Paese, per trasferirsi in Scandinavia. Lì, mi raccontò, aveva trovato una pace profonda e inattesa nel concetto di minimalismo nordico. Il fatto di non possedere nulla, di non aver bisogno di nulla, di dormire su un letto economico e sostituibile e di tenendo tutto ciò che possedeva dentro una valigia relativamente piccola e perennemente pronta, diceva, era l’unica cosa che metteva a tacere il terrore perenne di perdere tutto una seconda volta.

So che l’aneddotica non è una prova di nulla, ma tant’è: l’unica volta in cui ho incontrato una difesa concettuale del minimalismo che non fosse basata sul demolire l’alternativa come “kitsch”, si trattava di una risposta al trauma.

Altro disclaimer: questi concetti NON si applicano al dibattito sul minimalismo in architettura, che è più complesso di così e che preferisco lasciare agli architetti e agli ingegneri. Per chi fosse del tutto digiuno dei concetti base, riassumo dicendo che le controargomentazioni includono il fatto che, specialmente in Europa, certe istanze di architettura estremamente decorativa si basavano sull’uso di materiali spesso importati saccheggiando risorse naturali, non di rado coloniali. Per contro, certe forme architettoniche che al profano possono essere raggruppate sotto l’etichetta di “minimalismo” mettono al centro la praticità, la sostenibilità dei processi di costruzione e l’ottimizzazione degli spazi abitativi. Qui stiamo parlando di minimalismo nella decorazione, nella moda, nella comunicazione e nel design.

Il contrattacco massimalista

Dove voglio arrivare? Ve l’ho detto che era una lettura lunga, ma giuro che ci siamo. Se Pantone ha “registrato” uno spostamento verso il minimalismo bianco, dove è andata a cercare i dati da “registrare”? Perché chiaramente non abbiamo guardato negli stessi posti. E, in un mondo dove nicchie e micro-nicchie costituiscono la stragrande maggioranza delle tendenze in qualsiasi industria, guardare in una data direzione e non in un’altra è una scelta e quella scelta è politica.

Il massimalismo, il ritorno al colore, la passione per stili che riflettono un’eredità etnica e culturale sono tutte tendenze ormai estremamente diffuse. Scegliere di guardare altrove è una decisione ben precisa.

Designer, creatori, persone della maggioranza globale (continuare a dire “non bianche” quando “bianco” è il 5% della popolazione mondiale è ridicolo) già da tempo hanno mandato in pensione il minimalismo. Gli utenti oggi, specialmente la Gen Z e la Gen Alpha, vogliono un’estetica che non sia sterile, non ne possono più di Helvetica nero su fondo bianco che utilizza la dimensione del font come unica variante visuale.

Nel 2025, il massimalismo è sinonimo libertà, espressione e identità, e i designer incorporano sempre più spesso, nel loro lavoro, influenze culturali globali: tessuti dai colori vibranti, simboli culturalmente carichi e tradizioni di storytelling locale. Questa non è decorazione casuale; è riappropriazione. Ed è per questo che internet non ci sta a lasciar passare l’estetica di Pantone. E sì, questa potrebbe essere la conversazione più lunga e accesa mai scatenata da un colore dell’anno, ma potrebbe anche essere quella che rende Pantone ufficialmente irrilevante, a meno che non faccia scelte diverse in futuro.

Le comunità stanno suggerendo alternative a Cloud Dancer, abbandonando la modestia minimalista a favore di colori audaci, motivi etnici, ri-appropriazione delle radici ed espressione culturale orgogliosa e rumorosa. Gli interior designer notano che i clienti sono più interessati a interni fatti per essere essere toccati, vissuti, a design con una personalità.

Il cambiamento riconosce ciò che il minimalismo ha a lungo negato: che la decorazione è foriera di significato, storia e identità. Le tradizioni di ricchezza visiva persistono globalmente negli spazi pubblici, nel design, nei rituali quotidiani e nelle pratiche artistiche, ci parlano di memoria storica, adattamento ambientale e significato simbolico.

Tra le alternative che sono state suggerite una delle più interessanti e popolari è il Verde Ftalo. Questo verde bluastro, ricco e profondo, fa pensare a materiali organici e a un fogliame fitto e fresco. Oltre ad essere un colore bellissimo, versatile e interessante, è stato anche scelto per ciò che rappresenta. Un riassunto divertente è stato dato, dall’artista australiana Jennie Planet, mentre dipingeva magnificamente con questo colore. Il verde ftalo, ci racconta, è già stato usato in passato per sostituire colori “tossici”. Fino all’inizio del XX secolo, la maggior parte delle vernici verdi erano altamente pericolose, poiché contenevano quantità piuttosto alte di arsenico. Ciò rendeva carta da parati, trucco, utensili, strumenti musicali, mobili e persino giocattoli per bambini praticamente velenosi. L’apparizione sul mercato di un pigmento fatto di Ftalocianina, non velenosa, fu una rivoluzione silenziosa, che ha salvato delle vite. Allo stesso modo, il veleno della manipolazione del gusto si sta rivelando “tossico” per le nostre culture. E la via d’uscita, ancora una volta, sembra essere verde.

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