Che le parole abbiano perso di significato lo dimostra, più di qualsiasi altro esempio, l’esistenza stessa dell’espressione “post-verità“. Tutti abbiamo sentito pronunciare la frase “viviamo nell’era della post-verità”, in più lingue e su infiniti canali d’informazione, così spesso che ormai siamo desensibilizzati al suo significato e alle sue implicazioni. Avremmo dovuto capirlo già nel gennaio del 2017, quando Kellyanne Conway, allora consigliera del presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump, rilasciò la famigerata intervista al programma Meet the Press della NBC, difendendo le false affermazioni dell’allora portavoce della Casa Bianca Sean Spicer riguardo all’affluenza di pubblico alla cerimonia di inaugurazione di Trump. Alla domanda del conduttore Chuck Todd sul perché il presidente avesse mandato il suo portavoce a declamare urbi et orbi una dimostrabile falsità, Conway prima cercò di evitare la domanda e poi, dal momento che Todd insisteva, rispose: “Lei la chiama falsità, ma loro hanno fornito… il nostro portavoce Sean Spicer ha fornito fatti alternativi”. Il fatto stesso che Chuck Todd non abbia immediatamente sottolineato l’assurdità palese di quella frase, e che noi, come società, abbiamo accettato il concetto di “fatti alternativi” avrebbe dovuto metterci in guardia. Ci trovavamo infatti già sul piano inclinato che ci avrebbe condotti, negli anni successivi, a fare i conti i fenomeni che oggi si conoscono come FIMI e DIMI (rispettivamente, “Foreign Information Manipulation and Interference” e “Domestic Information Manipulation and Interference”, ovvero Manipolazione e Interferenza nelle Informazioni di Origine Straniera e Domestica).
Più o meno nello stesso periodo, come se non ci fossero già abbastanza motivi per smetterla di acquisire neologismi dall’amministrazione Trump, il presidente cominciò a usare l’espressione “fake news” per designare qualsiasi informazione contraria alla sua narrativa e questa espressione, già di per sé debole, perse ogni credibilità e ogni capacità di indicare ciò che un tempo avremmo definito, più concisamente ed efficacemente, menzogna, balle, bufale, bugie.
Chi si occupa quotidianamente di garantire e perseguire l’accuratezza nell’informazione, l’etica nella produzione di contenuti e di analizzare il modo in cui gli esseri umani condividono e sviluppano la conoscenza, deve oggi fare i conti con qualcosa di molto più insidioso delle semplici “bugie”, o persino dei “fatti alternativi” o delle “fake news”. Perché il divario tra FIMI e disinformazione è pari più o meno a quello che separa una distorsione alla caviglia e un osteosarcoma al quarto stadio. La prima ti fa zoppicare per qualche giorno, il secondo compromette fatalmente la struttura stessa del tuo corpo, fino alle estreme conseguenze.
E anche se l’espressione “fake news” continua a essere usata, piuttosto pigramente, nel dibattito pubblico, le agenzie di sicurezza, i ricercatori di settore e anche le istituzioni politiche sono da tempo consapevoli della sua imprecisione. Per di più, è stata rivendicata proprio dagli stessi attori che era pensata per descrivere, e abusata fino a perdere qualsiasi parvenza di significato. La terminologia che l’ha sostituita è insieme più tecnica e più onesta, ma molto meno vendibile: i concetti di Foreign Information Manipulation and Interference (FIMI) e Domestic Information Manipulation and Interference (DIMI) inaugurano una comprensione profondamente diversa di che cosa sia la guerra dell’informazione, di chi la conduca e del perché i vecchi modelli di risposta, quelli che cui molti di noi hanno utilizzato per anni, fondati sul fact-checking e le campagne di alfabetizzazione mediatica, siano strutturalmente risposte inadeguate a quella che è ormai una minaccia senza precedenti alla nostra sicurezza.
Nel 2025, il Servizio Europeo per l’Azione Esterna (European External Action Service, ovvero EEAS, il Servizio Diplomatico dell’Unione Europea) ha rilevato 540 incidenti FIMI a livello globale, con il coinvolgimento di 10.500 canali di social media e siti web che producevano o amplificavano contenuti manipolativi, con attacchi in aumento per frequenza e intensità e con sempre maggiore capacità coordinamento. Oltre un centinaio di Paesi sono stati presi di mira, così come oltre un centinaio di individui di alto profilo, tra cui capi di Stato, e quasi 200 organizzazioni, dalla NATO ai media tradizionali fino alle istituzioni accademiche. Non si tratta più di singoli individui disinformati che condividono link dubbi su Facebook, e non c’entra niente con lo zio boomer che ti manda bufale sensazionalistiche sotto forma di meme su WhatsApp con la scritta “Fate girare” e un numero imbarazzante di punti esclamativi. Questa può essere definita la fase terminale dello stesso fenomeno, e assomiglia molto a una guerra vera e propria, anche se condotta attraverso la narrazione e non con armi convenzionali.
Dalle “fake news” alla FIMI
Il concetto “fake news” porta con sé un’assunzione implicita e pericolosamente fuorviante: che il problema sia il contenuto. Questo potrebbe farci pensare che basti correggere l’affermazione falsa, rimuovere il post incriminato e denunciare il titolo fuorviante per far recedere la minaccia. Sappiamo ormai con certezza che le cose non stanno affatto così. Il fenomeno è stato studiato approfonditamente con un approccio scientifico multidisciplinare, tanto dalle scienze umane quanto dalle neuroscienze, e sappiamo che il debunking, pur utile a tenere traccia dei fatti, difficilmente produce cambiamenti significativi nelle opinioni e nei comportamenti di chi ha plasmato la propria Weltanschauung su informazioni palesemente false, fuorvianti e per lo più polarizzate.
Il concetto di FIMI è stato sviluppato, al contrario, come tentativo di sistematizzare un fenomeno complesso che non può essere ricondotto all’idea di “bufala” o “propaganda”. La FIMI è definita non da ciò che viene detto, ma da come e perché viene diffuso e in quale misura. Mentre la disinformazione descrive contenuti falsi o fuorvianti che chiunque può produrre, consapevolmente o meno, la FIMI descrive comportamenti manipolativi coordinati da parte di attori stranieri (o, nel caso della DIMI, domestici) che utilizzano metodi ingannevoli per interferire nell’ambiente informativo di una determinata società, incidendo specificamente sul flusso di informazioni a cui quella società è esposta. In altre parole, se diffondere una bufala è come versare qualche barile d’inchiostro in un ruscello, la FIMI è un’operazione parecchio più complessa, che prevede di risalire alla sorgente da cui nasce il fiume, scavare fino alla falda acquifera che lo alimenta, svuotarla completamente e riempirla di inchiostro e liquami. In questo scenario, installare un purificatore a valle sarebbe uno sforzo futile e vagamente ridicolo, e lo sarebbe anche se fosse ancora possibile distillare qualche litro d’acqua dal flusso di melma.
Questa distinzione è fondamentale. Un contenuto può essere tecnicamente accurato e funzionare comunque come FIMI, se viene amplificato selettivamente da reti coordinate e manipolative, per sfruttare una frattura sociale già esistente. Al contrario, le falsità più sfacciate possono essere irrilevanti ai fini dell’analisi FIMI se mancano dell’infrastruttura coordinata che le sorregga.
La manipolazione delle informazioni va ben oltre i contenuti meramente “falsi” e comprende l’amplificazione di informazioni vere ma parziali, l’amplificazione di informazioni vere in contesti dove esse tendono a essere polarizzanti e dove è improbabile che si operi un’analisi accurata e anche, naturalmente, la censura. È proprio per questo che governi, ricercatori e agenzie di sicurezza ricorrono sempre più al concetto di FIMI, se e quando decidono di fare qualcosa per contrastarla. L’attenzione si sposta dal monitoraggio della narrazione e dal fact-checking dei contenuti all’analisi dei comportamenti: reti di account, connessioni infrastrutturali, schemi di amplificazione coordinata e gli obiettivi strategici che questi schemi perseguono.
Questo avvicina l’analisi FIMI, sul piano metodologico, alla cybersicurezza e all’intelligence più che al giornalismo o al fact-checking. Gli strumenti necessari sono la mappatura delle reti, l’analisi comportamentale, l’analisi quantitativa e i framework di attribuzione, non il giudizio editoriale né la certosina verifica di fatti e cifre. In altre parole, non possiamo più combattere le bugie semplicemente dicendo la verità (il che non significa che noi, come individui, dovremmo smettere di relazionarci attivamente con la verità. Ci torneremo più avanti).
L’architettura della manipolazione: IA, campagne su larga scala e il problema dei Doppelgänger
È impossibile parlare dell’evoluzione della FIMI senza menzionare l’importanza dell’intelligenza artificiale nella sua infrastruttura operativa. E questo non intende attribuire colpe specifiche all’IA in quanto tale. Il fatto è che, indipendentemente dall’opinione che ognuno di noi può averne, l’IA è un acceleratore e un formidabile amplificatore di qualsiasi processo legato all’informazione. Un produttore di contenuti può espandere la propria produzione di dieci, cento volte utilizzando l’IA. Chi mente consapevolmente e intenzionalmente sarà in grado di mentire più velocemente, più spesso, più a lungo e con una diffusione più ampia, anche se non necessariamente di mentire “meglio”. Nel contesto della 4° Relazione EEAS sulle Minacce FIMI, quelli che fin qui abbiamo descritto più o meno apertamente come produttori e diffusori di bufale vengono chiamati, con un’espressione meno colorita ma più efficace, “attori di minaccia”. La stessa relazione ci informa che testo generato dall’IA, audio sintetico e video manipolato sono passati dall’uso sperimentale al dispiegamento sistematico, diventando strumenti economicamente accessibili e scalabili per questi attori.
Nel 2025, uno su quattro degli incidenti rilevati dal EEAS ha coinvolto l’uso di strumenti di IA per produrre o distribuire contenuti. Quella cifra rappresenta un aumento netto rispetto all’anno precedente, e la traiettoria punta inesorabilmente verso l’alto. Pur raccomandando vivamente la lettura della relazione, che verrà citato in fondo come principale fonte di questo testo, vale la pena fare un passo indietro per esprimere una precisazione. L’EEAS si è concentrato sulle minacce e sugli attori di minaccia che più fortemente prendono di mira l’Europa, e questi provengono, per ovvie ragioni, dall’esterno dell’UE. Le nazioni più frequentemente identificate come punto d’origine delle minacce volte a influenzare la situazione geopolitica europea sono Russia e Cina. Questo è un dato numerico, supportato da dati che il lettore può analizzare e verificare autonomamente. Ciò non significa, tuttavia, né è mia intenzione sostenere, che altre potenze nazionali o multinazionali non ricorrano a FIMI o DIMI né significa che i Paesi europei non subiscano episodi di FIMI e DIMI non riconducibili a Russia o Cina. Già solo per questioni di potere ed estensione territoriale, sarebbe francamente sorprendente se due potenze così rilevanti non occupassero una posizione preminente in qualsiasi fenomeno connesso all’equilibrio geopolitico mondiale. In questo contesto, tuttavia, non ci occuperemo di analizzare la responsabilità di alcuna singola nazione, di puntare il dito o di stilare classifiche di amici e nemici. Questo articolo si concentra esclusivamente sul fenomeno in sé, sulla sua esistenza e sul suo funzionamento. Il punto è che la sola esistenza della FIMI è una minaccia per l’umanità e la democrazia, indipendentemente da chi la utilizza contro chi.
Tornando a FIMI e IA: i modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM) abbassano drasticamente il costo per unità narrativa ed eliminano il collo di bottiglia rappresentato dalla produzione umana di contenuti, il che significa che i bot hanno finalmente sottratto il lavoro ai troll professionisti e ai produttori di quelle che un tempo chiamavamo “fake news”. Si potrebbe dire che produrre bugie a pagamento non è più possibile: un robot ti ha rubato il lavoro. C’è sia una forma di giustizia poetica sia l’abbozzo di una buona idea per una sceneggiatura, in questo fatto.
Le cosiddette campagne Doppelgänger offrono un’illustrazione particolarmente inquietante di come questo meccanismo funzioni in pratica. Queste campagne combinano tattiche occulte, come manipolazione emotiva, contenuti generati dall’IA, coordinamento multipiattaforma e soppressione delle informazioni, per creare contenuti che imitano fonti mediatiche legittime. Siti web falsi che clonano l’identità visiva di testate giornalistiche rispettate, articoli generati dall’IA indistinguibili nell’aspetto da reportage autentici, profili fake sui social media con anni di storia postale “sintetica”. L’effetto complessivo non è tanto persuadere il pubblico di una particolare falsità, quanto far apparire l’ambiente informativo inaffidabile e difficile da decodificare. Va detto che questa tecnica specifica, per quanto sofisticata, tende a generare meno coinvolgimento rispetto ad altri IMS FIMI (IMS = Information Manipulation Set, definito dal EEAS come “una raccolta di comportamenti ostili, strumenti, tattiche, tecniche e procedure e risorse presumibilmente riconducibili allo stesso attore di minaccia”).
Esiste anche un vettore più insidioso, che riguarda specificamente il modo in cui funzionano gli LLM: la corruzione deliberata dei dati di addestramento dell’IA, allo scopo di garantire che le piattaforme di intelligenza artificiale più diffuse e utilizzate siano predisposte a espandere il lavoro degli attori di minaccia. I modelli linguistici vengono “addomesticati” da operatori che inondano internet di informazioni false, nel tentativo di manipolare i risultati quando le persone usano questi strumenti come se fossero motori di ricerca (cosa che non sono). Le conseguenze possono essere gravissime, poiché questo significa che gli attori impegnati nella FIMI non hanno realmente bisogno di competere nello spazio informativo attuale, perché stanno cercando di plasmare l’infrastruttura epistemologica attraverso cui le generazioni future accederanno alla conoscenza e la sintetizzeranno. E, finora, ci sono riusciti. Questo specifico comportamento agisce in modo lento lento e quasi completamente invisibile finché la contaminazione non diventa evidente negli output dell’IA. In altre parole, mentre gli individui di un’intera società vengono privati delle loro competenze e della capacità di acquisire, elaborare e analizzare informazioni in autonomia, e vengono invogliati, sedotti o persuasi a dipendere sempre più dagli LLM per sapere cosa sono le cose e come funzionano, per orientare le loro azioni e i loro pensieri, mentre vengono entusiasticamente incoraggiati a bere da una sola fonte, qualcuno a monte pompa inchiostro e liquami nella falda acquifera.
E sarebbe terribilmente ingenuo pensare che un qualsiasi governo o istituzione possa essere ritenuto responsabile dell’avvelenamento del nostro pozzo epistemico collettivo. Dei 10.500 canali coinvolti negli incidenti FIMI del 2025, secondo la relazione già citata, la grande maggioranza (90,5%) era composta da asset sotto copertura, collegati a o allineati con un attore di minaccia, Nello specifico, l’86% era classificato come “allineato allo Stato” piuttosto che direttamente controllato dallo Stato. Questa architettura, che permette a qualsiasi istituzione di prendere facilmente le distanze dalle azioni dell’attore di minaccia, è essenziale per capire perché l’attribuzione rimanga così difficile e perché il problema appaia impermeabile a soluzioni lineari.
Consapevolezza culturale e DIMI
Un aspetto della FIMI che vale la pena considerare è il fatto che non possa essere “serializzata” indiscriminatamente. Per meglio dire, viene espansa, ma la qualità dell’output si deteriora al crescere della quantità, perché questo accade quando si produce in massa tramite IA. E, d’altra parte, sarebbe un errore per qualsiasi attore di minaccia confezionare i contenuti una volta sola e distribuirli indifferentemente a molteplici target stranieri. Per essere efficace, la FIMI richiede una conoscenza approfondita del profilo sociale, demografico, culturale e politico del suo bersaglio, soprattutto quando viene utilizzata per manipolare il discorso politico pubblico in prossimità di un’elezione.
Inevitabilmente, questo rende la DIMI (la Manipolazione e Interferenza nelle Informazioni di tipo Domestico) potenzialmente più efficace, poiché gli attori di minaccia, in questo caso, appartengono presumibilmente allo stesso contesto umano dei loro bersagli. Ciò non rende la ricerca preliminare meno importante, ma cambia sensibilmente l’equilibrio dei poteri e implica anche una prospettiva diversa, da parte dell’attore di minaccia, in termini di obiettivi, se non di scelta dei contenuti.
In diversi Paesi, DIMI e FIMI sono quanto meno interconnesse, o addirittura parte della stessa offensiva: l’interferenza da parte di attori domestici che manipolano l’informazione e agiscono contro i principi democratici coinvolge spesso una considerevole dose di influenza straniera, veicolata attraverso attori domestici per amplificarne le azioni ed esacerbarne i contenuti.
In linea generale, gli attori stranieri che manipolano un’elezione devono costruire o reclutare reti di distribuzione locali. Un attore domestico dispone già di capitale sociale autentico, credibilità locale, accesso a comunità politiche reali. Le elezioni rumene del 2024 e le elezioni federali tedesche del 2025, secondo la relazione, hanno entrambe illustrato come campagne di disinformazione interna alimentate dall’IA, con l’uso di bot, media falsi e contenuti generati dall’intelligenza artificiale per alimentare le divisioni sociali, possano operare parallelamente a un’infrastruttura straniera, o in coordinamento con essa, senza esservi riducibili.
Le tattiche DIMI comprendono la creazione di siti web falsi, la produzione di deepfake generati dall’IA, l’invenzione di notizie, lo screditamento delle fonti e la mobilitazione di reti di bot, con obiettivi che vanno dall’influenzare le elezioni e conquistare terreno politico al danneggiare la reputazione degli avversari e corrodere la fiducia nelle istituzioni nazionali. L’uso ungherese dei media di Stato come arma (almeno nell’era Orbán), le restrizioni legali della Slovacchia alle ONG e la documentata interferenza basata sull’IA nelle consultazioni in Romania sono tra gli esempi più evidenti degli ultimi anni. Ciò che rende questi casi particolarmente preoccupanti è che gran parte di questa attività, se non si cade nella frode vera e propria, non è illegale. La DIMI sfrutta proprio l’apertura dei sistemi democratici per sabotarli.
No, non puoi combattere la FIMI (da solə)
Per quanto costi accettarlo, il comportamento consapevole del prosumer e l’educazione mediatica non sono nemmeno lontanamente sufficienti ad affrontare questo tipo di minaccia. Questi strumenti erano una volta pertinenti e utili, e conservano ancora valore a livello individuale, ma semplicemente non bastano più su larga scala. Consigliare ai singoli di verificare le fonti, riconoscere la manipolazione emotiva nei titoli, consultare siti di fact-checking e coltivare l’alfabetizzazione mediatica non è sbagliato, naturalmente: è semplicemente inadeguato, rispetto alla portata di ciò che la FIMI è in grado di realizzare.
Si consideri la vastità del fenomeno: nel 2025, sono stati registrati circa 43.000 contenuti (testi, audio e video) su 19 piattaforme diverse, con l’88% degli episodi concentrati sulla sola piattaforma X. Riuscireste a fare il fact-checking di 43.000 bugie? Chi ci riuscirebbe? Se doveste leggerne qualcuna adesso, se alcune di esse, confezionate in modo rispettabile e credibile, approdassero sui vostri media nazionali, sareste in grado di riconoscerle per quello che sono? Vi verrebbe in mente di verificare se ci sono incoerenze? E, se anche chi legge dovesse essere parte della minoranza che ha risposto sinceramente di sì, che percentuale della popolazione si prenderebbe questo disturbo? È facile capire perché queste campagne abbiano successo. Una volta che l’onere della prova ricade sul pubblico, e la produzione di contenuti può essere portata a volumi mai visti prima, a cosa può davvero servire il fact-checking condotto da esseri umani? Già solo il volume dei contenuti generati dalle operazioni FIMI assistite dall’IA sovrasta qualsiasi capacità di verifica individuale. Un cittadino scrupoloso, attento e mediamente alfabetizzato, che incroci diligentemente ogni affermazione sospetta con più fonti autorevoli, non sta più competendo con un pugno di troll stranieri che fanno il turno di notte in uno scantinato (e anche quello era uno scontro impari, se i troll venivano pagati a tempo pieno e l’utente faceva fact-checking nel suo tempo libero). Sta competendo invece con sistemi automatizzati capaci di produrre contenuti in decine di lingue simultaneamente, adattando le narrative in tempo reale agli eventi in corso.
Quasi la metà degli incidenti FIMI registrati nel 2025 è stata innescata da eventi specifici, in particolare da momenti in cui si diffondono notizie particolarmente rilevanti e da processi elettorali, che offrono terreno fertile per la manipolazione delle informazioni. I momenti ad alta tensione emotiva e ad alto rischio, quando gli individui sono più motivati a cercare informazioni e più cognitivamente sotto stress, sembrano essere i momenti in cui la FIMI viene dispiegata con maggiore intensità. Chiedere ai cittadini di essere più scettici durante una crisi equivale a chiedere loro di eseguire un compito che, dal punto di vista neurologico, è più difficile proprio quando serve di più.
Se c’è una soluzione a questo problema monumentale, è evidente che debba essere necessariamente strutturale e non individuale. La maggior parte delle grandi piattaforme di social media limita l’accesso ai dati che consentirebbero di valutare la portata delle attività di manipolazione delle informazioni. In assenza di questi dati, le organizzazioni della società civile, i ricercatori e persino le agenzie di sicurezza nazionali lavorano con informazioni parziali. Questo rafforza anche la necessità di una diversa distribuzione delle responsabilità. Per quanto possa essere frustrante vedere amici, conoscenti e sconosciuti su internet abboccare a esche che a noi paiono ovvie e abbracciare teorie del complotto o diffondere informazioni errate, dobbiamo riconoscere che i cittadini comuni, che navigano in questo ambiente senza supporto istituzionale, nella maggior parte dei casi non stanno peccando di disattenzione o scarsa alfabetizzazione, ma operano all’interno di un sistema la cui architettura non è stata progettata per garantire loro una qualche forma di protezione epistemica . In altre parole: no, non è colpa vostra, no, non c’entrano la stupidità o la pigrizia (o forse sì, ma in questo caso non sono gli elementi più importanti), semplicemente questo compito trascende le possibilità di chiunque non sia un bot, perché gli esseri umani devono occuparsi anche di altre cose.
C’è qualcosa che possiamo fare, come società, per contrastare la FIMI? Forse.
L’inizio di una risposta istituzionale
La relazione del 2026 segna uno spostamento significativo nel pensiero istituzionale. Mentre le edizioni precedenti avevano stabilito la metodologia analitica, il quadro di risposta e la matrice di esposizione, questo documento si concentra, finalmente, sulla deterrenza. Introduce persino un FIMI Deterrence Playbook, con un approccio strutturato volto ad aumentare i costi e a ridurre lo spazio operativo di chi conduce la manipolazione delle informazioni.
La logica del Playbook è mutuata da una massima consolidata in ambito di sicurezza: anziché cercare di contrastare ogni singolo incidente in modo reattivo, identificare e attaccare l’infrastruttura che rende possibili le operazioni. In sostanza: cercare di sottrarre i barili d’inchiostro prima che vengano scaricati nel ruscello. O almeno renderli scomodi, pesanti, difficili da manovrare, rendere l’inchiostro idrosolubile, sostituirlo con aroma alla fragola, insomma, fare qualsiasi cosa per complicare il più possibile la vita degli attori di minaccia. L’identificazione delle vulnerabilità chiave all’interno dell’infrastruttura, degli intermediari e delle catene di fornitura utilizzati dagli attori di minaccia è un ottimo punto di partenza, perché consente agli operatori nazionali (nel caso di questa relazione specifica, l’UE e i suoi partner) di mobilitare strumenti esistenti come sanzioni, cooperazione delle forze dell’ordine, regolamentazione digitale e costruzione della resilienza, per disturbare queste attività.
Questo è l’approccio della “kill chain” applicato alla guerra dell’informazione, e può tradursi in soluzioni di efficacia variabile. Ad esempio, uno Stato potrebbe prendere di mira i domain registrar che ospitano siti di false notizie, rendendoli inaccessibili dal territorio nazionale (anche se gli utenti potrebbero comunque accedervi tramite VPN, con il bonus aggiuntivo di poter vantarsi di essere stati messi a tacere e repressi), sanzionare gli intermediari finanziari che foraggiano sotto traccia le reti di amplificazione, coinvolgere le forze dell’ordine dove le attività FIMI si intersechino con veri crimini informatici, o regolamentare le piattaforme tramite strumenti come il Digital Services Act per imporre trasparenza nei confronti di comportamenti coordinati e inautentici. L’organo ha anche sviluppato il primo dashboard interattivo pubblicamente disponibile sulle attività di manipolazione delle informazioni, chiamato FIMI Explorer, che mappa reti e attori chiave, fungendo da risorsa per la comunità più ampia dei difensori dalla FIMI.
L’interferenza elettorale rimane la priorità immediata più evidente e anche la più pericolosa. La Russia, per esempio, ha preso di mira le elezioni in Germania, Polonia, Romania, Moldova, Repubblica Ceca e Costa d’Avorio nel 2025, e lo stesso schema già dispiegato in occasione delle elezioni parlamentari moldave è stato riadattato per l’Armenia in vista delle elezioni del giugno 2026. Il pattern è abbastanza prevedibile da rendere possibile una difesa anticipata, e la relazione chiarisce che questo approccio sia ormai centrale nell’approccio dell’UE.
Per la DIMI, la sfida è più ardua. La manipolazione domestica non supera sempre la soglia dell’illegalità, e le società democratiche sono, giustamente, restie a conferire ai governi ampi poteri di controllo sul discorso politico, per timore di derive antidemocratiche. Un approccio domestico richiede quindi risposte più strutturali: da un’informazione indipendente più solida alla trasparenza imposta alle piattaforme, da un servizio pubblico radiotelevisivo adeguatamente finanziato e comprovabilmente indipendente a quadri giuridici che distinguano tra espressione politica protetta e manipolazione coordinata e mendace. Nessuna di queste è una soluzione rapida, e nessun Paese può attualmente vantare un insieme esaustivo, completo e operativo di misure in tal senso.
La relazione stessa lo dice in modo quanto mai efficace: “È necessaria una posizione di deterrenza più forte […] non per esacerbare, ma per determinare le diverse responsabilità in gioco. Chi tenta di manipolare l’ambiente dell’informazione dovrebbe trovarsi ad affrontare vincoli, essere smascherato e sostenere costi più alti. Rendere tali attività più difficili, meno efficaci e più rischiose per i responsabili è centrale nella protezione dei sistemi democratici.”
Sempre citando direttamente dalla relazione, il playbook si concentra sulla deterrenza, al fine di anticipare la minaccia e neutralizzarla prima che si sviluppi. Nello specifico, suggerisce quanto segue:
- Aumentare i costi e i rischi per gli attori di minaccia, garantendo che la manipolazione non offra più un rapporto costi-benefici favorevole.
- Isolare e limitare lo spazio operativo, restringendo il margine di manovra.
- Colpire le infrastrutture essenziali, attaccando i punti nevralgici dell’architettura FIMI, incluse le reti organizzative, i flussi finanziari, gli operatori e l’infrastruttura tecnica.
- Spingere i responsabili a ripensare la propria strategia, imponendo loro di adattarsi, aumentando l’incertezza e costringendoli a sprecare tempo e risorse nel tentativo di ricostruire l’infrastruttura.
- Delegittimare gli attori di minaccia, riducendone la credibilità e l’influenza.
Personalmente, mi sorprende che quest’ultimo punto non sia stato attuato prima, considerando che, nella direzione opposta, viene messo in atto da anni. La spiegazione potrebbe risiedere nella crisi epistemologica che viviamo da anni come risultato (più che intenzionale) della massiccia ondata di anti-intellettualismo che si lega al successo elettorale dei partiti populisti. È innegabile che vi sia, in quasi tutti gli spazi di dibattito pubblico in occidente, una diffusa tendenza a diffidare di qualsiasi fonte collegata alla conoscenza istituzionale, comprovata e accademica, ritenuta “impura” e asservita ai poteri forti, mentre si incoraggia la fiducia cieca in fonti anonime e non verificabili, purché parlino lo stesso linguaggio anti-intellettuale e di denigrazione del potere che ispira fiducia al loro pubblico.
Detto tutto ciò, la relazione lascia spazio al tipo di advocacy che ho perseguito negli anni. In particolare, dedica un paragrafo all’importanza della resilienza nell’ambito dell’informazione, al fine di rendere gli attacchi FIMI meno efficaci all’interno della nostra società. Ciò significa anche migliorare la nostra capacità individuale e collettiva di “riconoscere, valutare e rispondere alla manipolazione”. Questo dovrebbe avvenire, secondo l’EEAS, attraverso una combinazione di “esposizione pubblica, comunicazione strategica, alfabetizzazione mediatica e capacity building nelle istituzioni e nella società civile”.
Il che non vuol dire altro, per chi lavora con coscienza nella comunicazione ma non ha un ruolo governativo nazionale o sovranazionale, che continuare a fare ciò che si è sempre fatto: promuovere l’educazione mediatica, la consapevolezza degli utenti riguardo alle tecniche di manipolazione e pratiche mediatiche più trasparenti. Dobbiamo solo essere consapevoli del fatto che non siamo più in prima linea contro gli attori della disinformazione e, probabilmente, non lo siamo mai stati.